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Spritz librario – Recensione “La baracca dei tristi piaceri” di Helga Schneider

baraccaSì, è vero. Sulla Shoa si è scritto, letto, e discusso di tutto. Giustamente, più che giustamente. Forse la pagina di storia più atroce dell’intera umanità, trascritta col sangue in un’epoca così recente che è impossibile non respirarla a tutt’oggi.  La cinemotografia ne ha dato ampio risalto, la letteratura anche, in una profusione di informazione necessaria ad approfondire e ricordare l’orrore perpetrato. In questo vasto catalogo di documentazione spicca senz’altro questa perla, “La baracca dei tristi piaceri” della celeberrima Helga Schneider, una storia che ho scovato per caso e trovo incredibile non abbia goduto di maggior risalto.

 

Inizio da quello che non mi è piaciuto: lo stile narrativo. Non si tratta di una vicenda narrata in prima o terza persona, bensì di una storia nella storia. Sveva, una scrittrice italo-tedesca in cerca dell’ispirazione per un nuovo romanzo, si imbatte in maniera totalmente causale nell’anziana Frau Kiesel, la quale le racconterà la sua testimonianza di sopravvissuta al lager nazista. La Frau, dal carattere già particolarmente estroso, racconterà la vicenda in maniera frammentaria e sì realistica trattandosi di una persona anziana, ma controproducente ai fini della vera storia raccontata nel libro. A questo si aggiungono gli psico-drammi di Sveva e dell’amico Marco, con cui si incontra spesso durante la stesura dell’intervista. Ho trovato questo punto di vista eccessivamente artificioso, intriso di irritanti pause che distoglievano l’attenzione dalla vera storia.

Fortunatamente l’opera recupera grazie alla validità della vicenda raccontata. Frau Kiesel ricorda di quando si trovò a vivere l’orrore nell’orrore: ariana purosangue, venne rinchiusa in un lager a causa di una relazione con un ragazzo di genitore ebreo, colpa sufficientemente grave per il regime nazista e chiamata a pagarne le conseguenze. Ma il dramma peggiore iniziò solamente quando venne selezionata per diventare una delle prostitute di un altro lager, trasferita e costretta a ricevere fra i clienti membri delle SS e altri prigionieri del campo, i quali sceglievano di investire gli ultimi soldi e rimasugli di energie in rapporti sessuali tremendi e disumani. Per mesi Frau Kiesel fu costretta a sopravvivere e non perdere la ragione in un ambiente infimo, al fine di avere salva la vita e poter sperare in un “dopo” in cui, nonostante il matrimonio con un marito devoto, non fu mai realmente felice o appagante. L’anziana donna non uscì mai veramente da quella baracca, e a questo viene dato ampio risalto. Da vittima innocente fu costretta a vivere per il resto dei suoi giorni l’orrore della vergogna di una colpa di cui non aveva alcuna responsabilità, ma che dominò completamente l’intera esistenza.

Per quanto questo libro sia un romanzo, non è difficile intuire come queste barbarie non siano opera di fantasia. Una pagina di storia nella storia completamente sotterrata, cancellata, a cui non è mai stato dato risalto nè alle vicende nè, soprattutto, alle incolpevoli protagoniste.

Perché?

Per l’ennesima volta le donne sono state chiamate a farsi carico di colpe non proprie, a vergognarsi di qualcosa di cui non avevano responsabilità ed espiare in solitudine abusi da cui non potevano scappare. Il risultato di millenni di dominio patriarcale, in cui qualsiasi cosa abbia vagamente a che fare col sesso sia unica responsabilità della donna, non importa se consenziente o meno. E’ possibile sentirsi responsabili anche in un contesto del genre? La risposta è tristemente sì. Un autentico orrore nell’orrore, a cui si dovrebbe dare maggior risalto al fine di non dimenticare e, finalmente, rimediare. 

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